Gli articoli dei concorrenti
Articoli Finale Premio Lettera 22 – edizione 2009
Patrizia Vitrugno
GRAMSCI DA TURI A NAPOLI
L’uomo è solo. Gramsci, l’uomo Gramsci, è la rappresentazione della
solitudine. La sua storia vive nelle parole di Antonio Tarantino e si
snoda sotto l’attenta regia di Daniele Salvo.
Nei diversi tribunali allestiti si analizza e si interroga il pensiero
di un uomo che fu fedele a se stesso e che ebbe il coraggio delle
proprie idee. Il Tribunale speciale della difesa dello Stato è solo il
primo dei tanti luoghi in cui si consuma l’interrogatorio
(successivamente ogni spazio sarà deputato all’accusa). Le parole di
Umberto Terracini (un dimesso ma combattivo Massimiliano Sbarsi) seduto
su uno scranno rosso, sono, invece, la prima difesa del pensiero di
Gramsci, l’esaltazione dei principi del comunismo, del valore e della
forza dei diritti umani. Parole che provocano un brivido nel giudice
che, assieme all’avvocato dell’accusa, rappresentano il grottesco del
fascismo. Maschere che sono uno sberleffo e che accomunano tutta la
“specie fascista”, i baluardi del regime.
Lo spettacolo sin dall’inizio parla chiaro: da una parte i buoni,
dall’altra i cattivi. Una denuncia non troppo velata nei confronti
della dittatura ma – ed è questa la nota più densamente drammatica – un
riferimento, che altrettanto velato non è, ai nostri giorni.
Gramsci (Michele Maccagno, in sintonia col personaggio) sulla scena c’è
poco. Le sue apparizioni sono più che altro dedicate al piano privato:
un piano che è stato disposto in alto, quasi come su un secondo palco,
più intimo, coperto da un velatino che ammanta di una patina quasi
onirica tutto il personaggio dipinto nella sua più disarmante umanità.
La sua forza politica, il suo candore e la sua fedeltà di pensiero sono
doti poco comuni e la denuncia dello spettacolo è anche qui
estremamente attuale.
Tutto ciò che non è “rosso” è volutamente parodistico, una parodia però
mai volgare o poco intelligente. La desacralizzazione della Chiesa,
alleata del Fascismo, ha le sembianze di un cappellano che non prega ma
impreca e quelle di due becchini romani di un “cimitero analcolico”
che, nello scavare la fossa che conterrà ciò che resta di Gramsci,
ricordano un po’ atmosfere shakespeariane. Poco incisiva appare invece
l’interpretazione che Melania Giglio fa di Tatiana Schucht, una figura
importante più vicina al Gramsci uomo che al politico, ma che si perde
in declamazioni prive di cuore e sensibilità, deformando un po’ troppo
macchiettisticamente un ruolo che avrebbe meritato maggiore
consapevolezza e maturità interpretativa.
I diversi momenti dello spettacolo sono arricchiti da filmati e canzoni
d’epoca che, accostate alle maschere, rafforzano l’intento parodistico
e divengono una vera e propria scenografia funzionale all’intera pièce.
GITANAMENTE FEDRA
Tacchi, capelli, braccia; tacchi, gambe, urla; tacchi, gonne, lamenti.
Fedra si muove gitana, bianca, lubrica. Una danza appassionata, in
bilico tra la vita e la morte, sospesa tra desiderio e ragione. Miguel
Narros riesce a portare la Spagna nell’austera cornice del Mercadante
di Napoli. La bruciante passione è chiusa allo stesso tempo nel cuore
della donna e fra le mura del teatro, quasi fosse una prigione, la
medesima per Fedra e per il flamenco.
Nella mujer l’amore è febbre, tormento, passione insana, anche
vergogna; l’ha condotta alla degradazione di se stessa quindi vi lotta
contro fingendo di odiare Ippolito, ma nulla può: “l’amore prese me che
non volevo di lui che non voleva”. La bianca Fedra danza con le
fattezze e gli agili piedi di Lola Greco: il suo amore e il suo
tormento sono passi gitani che ora la avvicinano ora la scaraventano
lontano da Ippolito. Un Ippolito moderno centauro che rifiuta la danza
della matrigna e che si contorce e simula un amplesso con la moto, il
cavallo dal quale verrà disarcionato.
Un coro in jeans e maglietta fa da interprete e spettatore della vita
vissuta sul palco. Le coreografie di Javier Latorre fanno parlare senza
parole calpestando le note della voce di David Maldonado accompagnato
da un chitarrista. Da Euripide a Seneca, fino alla Fedra di Racine e
alla sintesi originalissima di Miguel Narros. Nel mito riletto in
chiave gitana c’è l’essenza del teatro del maestro spagnolo: la sua
concezione della donna, del rito teatrale e della speranza e fiducia
nei giovani. Il bacio elemosinato, strappato quasi supplicato è breve,
subito umiliato dallo schiaffo, in un intreccio di braccia respinte e
pronte a circondare perché se Fedra tocca Ippolito sa che la passione
non potrà più essere fermata.
I loro piedi tessono la danza cavalcando le note strazianti di Enrique
Morente. Intorno, l’atmosfera si fa rossa di passione e di sangue.
Rossa è la rosa che Fedra vuole donare a Ippolito ma che poi distrugge
sul suo capo, rosso è il filo che imprigiona la donna, rossa è la luce
che accompagna e racconta la morte del giovane principe. La danza del
coro diventa una veglia funebre, accompagna Ippolito che, come un
Cristo morente tra le braccia del padre Teseo, ricorda una maschile
pietà di Michelangelo.
Il flamenco è il protagonista dell’intera tragedia che in un gioco di
rimandi attinge la sua forza dal ballo gitano. È tutto un muoversi di
curve, di morbide linee di anche e di braccia, di mani che muovono aria
e battono il ritmo furente e caliente del flamenco.
L’energia arriva dal palco e inebria lo spettatore che freme della
stessa passione, arde dello stesso fuoco e si dispera della stessa
inconsolabile realtà nella dolce e sola danza di morte. Ora sono mani
battute, applausi, unico mezzo per sfogare la tensione vissuta nei
quasi 120 minuti di appassionata ritualità fatta di tacchi, capelli,
braccia; tacchi, gambe, urla; tacchi, gonne, lamenti. Tacchi!
LE VISIONARIE ESISTENZE
DI ELISABETTA E LIMONE
Un vestito azzurro, un grande cappello in tinta, una rosa rossa, un
paio di guanti, un ombrello. Elisabetta non conosce Limone. Limone è un
evaso ladro di tombe e cerca un posto per passare la notte. Non sa che
entrare in casa di Elisabetta sarà come tornare in prigione perché la
donna, approfittando del fatto che si è addormentato sul suo letto, lo
incatena. Il mondo di Elisabetta è surreale, fatto di comportamenti e
di riti assolutamente personali. La sua visione delle cose è
originalissima e spiazzante per il povero tunisino costretto a
confrontarsi con un delirio di assurdità.
La sua casa è la sua tomba e Limone è colpevole di non aver letto il
cartello “proprietà privata” fuori dalla finestra. “Se non sa leggere
lei è un cammello, e io la picchio con l’ombrello!” e via a nascondersi
nell’armadio. Vive una vita un po’ fanciullesca, parla una lingua fatta
di filastrocche, veste abiti eccentrici. Paralizza le sorti del povero
evaso torturandolo con i graffi di Globo, il suo gatto.
La storia di Elisabetta è raccontata da Cristina Donadio che veste i
panni della svampita protagonista senza sentirne il peso. Sguardo perso
nel vuoto di chi è oltre il presente, di chi guarda qualcosa che gli
altri non riescono a vedere perché frutto della propria fantasia. Per
Limone – l’attore-detenuto Jamel Soltani formatosi nell’esperienza
militante del teatro-carcere della Compagnia della Fortezza di Volterra
– Elisabetta è una “scimmia col cappello storto, con l’ombrello e che
si nasconde nell’armadio”. Per Elisabetta, Limone è qualcosa che si
muove e, come tutte ciò che si muove, va legata. Il gatto Globo, il
sinuoso Oscar Valsecchi, è solo uno degli animali che popolano la vita
e la casa della donna. Ci sono le interminabili file di formiche, le
colonie di scarafaggi, i pipistrelli appollaiati fuori alle finestre,
infine i topi.
Ma se i gatti hanno il pelo, le galline le piume, chi vestirà i topi?
Chiede Elisabetta a uno sconcertato Limone aggiungendo: “... Si sa:
topo vestito va in città” visionaria soluzione per liberare la sua casa
dai roditori ma soprattutto la sua vita dall’assenza.
Un testo che diverte quello scritto da Juan Rodolfo Wilcock e portato
in scena con la regia di Sergio Longobardi in cui l’uso di un fraseggio
appuntito disegna i contorni di esistenze grottesche. Uno spettacolo
concepito usando tre piani distinti del palco e che si appoggia ai
costumi di Daniela Salernitano, tanti e curati nei dettagli, e ai
travestimenti del gatto che diventa vigile e infine in topo. Il piano
dell’immaginazione si coniuga felicemente con quello della realtà e i
diversi codici si sposano perfettamente restituendo una storia che
sorprende ed emoziona. Un teatro poco narrato e interpretato ma molto
vissuto. Cosicché alla fine il mondo è capovolto: Elisabetta nel suo
gioco di stramba seduzione non appare poi così matta, le ragioni di
Limone sono così poco convincenti da indurlo a restare nella casa/tomba
di Elisabetta e i topi risaltano in tutta la loro umanità.
Gherardo Vitali Rosati
L’Européenne
Devono essere almeno 506 gli interpreti del Parlamento Europeo.
Necessari a tradurre nelle 23 lingue ufficiali ogni intervento dei
rappresentanti eletti nei 27 Stati Membri. Se mai dovessero sedersi
nella platea del San Carlo, come si immagina il drammaturgo e regista
francese David Lescot, lascerebbero poco più di cinquanta posti vuoti.
Ma non approverebbero volentieri le innovative teorie di
comunicazione esposte dai personaggi de L’Européenne che sognano per il
Vecchio Continente un futuro senza più barriere linguistiche e, di
conseguenza, senza più traduzioni.
Non è molto diverso il sogno del Napoli Teatro Festival Italia che in
questa sua seconda edizione presenta spettacoli in tutte le lingue
europee ma anche in arabo, cinese, coreano e giapponese. Ecco allora
che lo spettacolo di Lescot, inaugurando la manifestazione con attori
che recitano in sei lingue diverse, ben esprime il multilinguismo di
questa programmazione internazionale. E non sarà forse un caso se
L’Européenne, con la sua ironica riflessione sulle problematiche
dell’Unione, è andata in scena negli stessi giorni in cui si votavano –
con scarsa affluenza alle urne – i nuovi delegati a Bruxelles.
È lì che si svolge la pièce del giovane artista francese recentemente
coronato dal premio Molière: davanti alla popolata platea di interpreti
sfilano stravaganti personaggi chiamati a rafforzare l’identità
dell’Unione e favorire la comunicazione fra i popoli. Oltre alla
zelante linguista bulgara che vorrebbe eliminare le traduzioni, ci sono
gli artisti: il musicista che compone un inno da sostituire a
Beethoven, il poeta che si accinge a scrivere una Epopea Europea e una
ragazza che conta e riconta i risultati di una votazione.
Alla babele linguistica degli attori risponde il linguaggio universale
della musica con una buffa orchestrina di tre elementi e alcuni
stravaganti cantanti-attori. Tutto è ben costruito e limato: ottimo il
lavoro della Compagnia Teatrale Europea, costituitasi per la prima
edizione del festival, dove il multilinguismo si fa naturale e gli
attori recitano con ritmo e precisione. Manca però una struttura più
solida: l’ironia sul numero infinito dei traduttori e sui sedicenti
artisti ¬finisce presto per ripetersi. Il ritmo si spezza, e il finale
più volte annunciato sembra non dover mai arrivare. Umorismo e musica
non bastano a edulcorare per quasi due ore la pur sempre amara pillola
europea.
Tu (non) sei il tuo lavoro
Tutti ormoni e adrenalina, i ggiovani. Che la vita è sempre bella basta
volerlo. Che nessuno ci ferma manco la crisi. E a quarant’anni il
lavoro non ce l’hai e il figlio ancora sei tu. Tu (non) sei il tuo
lavoro si basa sulle esperienze della giovane autrice – Rosella
Postorino – ma parla anche dei giovani teatranti – Stefano Scherini e
Alessia Giangiuliani diretti da Sandro Mabellini – e di noi giovani
critici di Lettera 22. LUI che per un master alla Sapienza ha sborsato
dieci mila euro ma il lavoro ancora non ce l’ha. LEI col suo contratto
nell’editoria da considerarsi rescisso in caso di gravidanza. L’ironia
non manca e si ride della paura che ha LEI di essere incinta e della
depressione di LUI nelle giornate da solo davanti alla barra di Google.
Sullo sfondo c’è il mare, e passano pure incuranti turisti e bagnanti
per caso. C’è il sole. Seduti intorno a un tavolo, Stefano e Alessia
incarnano questa coppia ordinaria affetta dai mali delle coppie
ordinarie. Niente lavoro, niente figli. Ma quando Stefano cambia voce
che nemmeno un ventriloquo il pubblico ride dei suoi giochi
linguistici. La LEI di Alessia manda avanti la baracca e di ridere ha
poca voglia. Rosella e Sandro applaudono dalla platea, entusiasti come
il pubblico. Niente di più semplice di questo spettacolo senza nulla,
manco la parte memoria. Ma niente di più vivo e pulsante.
Attuale, sincero, autentico.
La trilogia della
villeggiatura.
Vedi documento allegato (clicca qui).
Fabiana Campanella
Purgatório
di Joris Lacoste, regia Martim Pedroso
Napoli, Italia, 18 giugno 2009. Singolare coincidenza tra l’ultima
replica di “Purgatorio” al Teatro Festival e la diffusione su internet
del filmato girato dalle telecamere della stazione della funicolare di
Montesanto. Nel video, comparso in frame sui quotidiani e cliccatissimo
su youtube, passano delle moto, partono dei colpi. Un uomo si trascina
sanguinante fino all’ingresso della cumana, dove la folla spaventata
scavalca i cancelli elettrici per fuggire i colpi, mentre lui si
accascia per terra. La sua donna, che ora sappiamo chiamarsi Mirela,
resta sola a invocare aiuto nell’indifferenza di tutti. Queste immagini
agghiaccianti hanno fatto il giro d’Italia. Dal pomeriggio, nei teatri
del festival, la direzione ha diffuso un comunicato:
"Abbiamo visto oggi sulla stampa e sui siti internet delle immagini, le
ennesime, di violenza, cinismo, paura, vuoto e indifferenza. Ma più di
tutto ci ha colpito lo sguardo attonito di una donna che chiedeva aiuto
per il suo uomo ferito a morte, e il suo pianto esausto, senza
speranza. Gli artisti, i tecnici, i professionisti e tutti coloro che
lavorano al festival si fermano questa sera per un minuto di silenzio
prima che lo spettacolo abbia inizio. Per quella donna, Mirela
Birlandeanu, per il suo sguardo, perché qui, a Napoli, stiamo lavorando
per una diversa idea di città e di cittadinanza. L’incasso della
serata, di tutti i teatri che oggi lavorano, sarà devoluto a Mirela
Birlandeanu, che non abbiamo avuto il coraggio di guardare. "
Grave è il momento, gravi i pensieri. È inaccettabile la morte di un
innocente. È intollerabile l’indifferenza dei passanti. Impossibile
fare teatro oggi, forse. La realtà, nelle sue peggiori declinazioni,
non potrà mai essere sopraffatta dalla fantasia degli artisti, né
condizionata dalle migliori intenzioni. Da questa presa di coscienza,
con la medesima gravità, il giovane drammaturgo francese Joris Lacoste
entra in crisi. Nel suo percorso un altro trauma, l’attacco dei
terroristi ceceni al Teatro Dubrovka di Mosca nel 2002, durante la
rappresentazione del Boris Godunov. 700 persone sequestrate per 4
giorni. Il governo di Putin decide di usare dei gas letali per stanare
i terroristi: 129 morti. Tra le prime reazioni dal mondo teatrale, la
Socìetas Raffaello Sanzio in B.#03 Berlin confonde al pubblico
giganteschi conigli neri, accasciati sui sedili del teatro. Poi
l’atroce reality della Fura dels Baus.
Joris Lacoste, classe ‘73, rimane sconvolto dal modo in cui i
terroristi sono saliti in palcoscenico, stravolgendo la relazione col
reale. Il suo teatro non sarà più lo stesso. Comincia a indagare le
condizioni di rappresentazione e costruisce un “Purgatorio” del teatro,
testo dello spettacolo animato dal giovane attore e regista portoghese
Martim Pedroso.
Dopo il minuto di silenzio per lo sguardo negato a Mirela e a un morto
innocente, al buio una voce fuori campo avverte: “Alcuni di voi saranno
abbagliati dalla luce e disturbati da forti rumori” “Alcuni non
riusciranno a respirare. Senz’altro usciranno, è normale” “Avranno
scordato nome indirizzo numero di telefono e pin” “Non andrete più a
teatro”.
L’impossibilità di fare lo spettacolo si concretizza nei corpi di 6
attori seduti a un tavolo in abiti settecenteschi. I loro piccoli gesti
si sovrappongono alle lunghe enumerazioni di tutto ciò che non è
possibile rappresentare o che potrebbe accadere, ma non accade. I loro
sguardi imbarazzati e composti rivelano che lo spettacolo invece è
questo non-racconto, emerso dai segni di un’improvvisazione teatrale,
un’attentissima sequenza di occhiate e movimenti minimi apparentemente
costruiti a caso. L’impressionante bravura degli interpreti sostiene la
regia rigorosa di Pedroso.
L’elenco delle cose reali che potrebbero essere rappresentate prosegue,
tra i sorrisi del pubblico e qualche disappunto. Gli attori dilatano i
loro spazi d’azione fino a costruire un laboratorio di training
teatrale, nuovo punto di partenza dopo la pausa più volte replicata in
loop, complice il video alle loro spalle che li racconta ancora in
abiti di scena intorno al tavolo. I lunghissimi tentativi, ormai
disperati, non hanno esito. La realtà è irrappresentabile, nessuno ride
più. Alla fine usciamo per tornare nel teatro là fuori, sotto le
telecamere di sicurezza, con un cd intitolato “Fine” in tasca. Nelle
tracce audio una voce continua a dirci che “non c’è bisogno di saturare
la scena con le proprie deiezioni. C’è bisogno solo di saltare. Dal
baratro. Ma non salta nessuno poi, gli uomini vogliono la vertigine ma
non saltano”. Transitiamo per questa dimensione beckettiana
abbandonando la scena aperta del Purgatorio. Ma senza uscirne. Restiamo
in sala d’attesa, verso la beatitudine eterna o l’eterna dannazione.
ROOF a live movie / Napoli
ideazione e regia Rodrigo Pardo
Tutti a ballare tango sui tetti. Abbiamo già visto Rodrigo Pardo e
l’affascinante Cristina Cortés intrecciare le ginocchia veloci dietro
le vetrine di uno showroom per bagni di lusso in Tango Toilet, alla
Biennale di Venezia 2007. A Napoli la divertita prospettiva voyerista
del coreografo e regista argentino ingigantisce la sua visione e
trasforma gli spettatori in veri detective teatrali. Siamo sul tetto
dell’Accademia di Belle Arti, in mezzo a terrazze e finestre, quasi
all’altezza della collina di San Martino, che svetta in lontananza,
armati di binocolo e cuffia in cerca di uno spettacolo da vedere. Così
spiamo ogni luce accesa, mentre la musica nelle orecchie incalza con
grande romanticismo, e solo qualche figura incorniciata dagli infissi
di casa si muove nel binocoluto raggio visivo. Finalmente intercettiamo
un ragazzo biondo e triste, gambe penzoloni sul tetto dell’Accademia:
dopo gli audio-titoli di testa si lancerà in una danza mozzafiato che
intesse nel vento i movimenti snodati e leggerissimi, fino a scomparire
nel vuoto. Tutto finto, redarguisce un altro attore con ironico accento
spagnolo: il ballerino è caduto su un materasso, non si è fatto male… I
coni di luce guidano il nostro sguardo verso una nuova scena, tra le
lenzuola di Una giornata particolare di Scola. In cuffia le voci di
Loren e Mastroianni nella celeberrima sequenza del film. Sulla terrazza
accanto a noi, la scena si materializza: possiamo scrutare ogni
espressione dei due attori esplorando i loro volti col binocolo. Subito
dopo, sentiamo alle nostre spalle un altro accadere luminoso, mentre
ascoltiamo spari e minacce. È bizzarro come il furbo Rodrigo si sia
preso gioco del pubblico facendogli credere di poter decidere dove
guardare. Il richiamo dello sguardo è qui assolutamente indipendente
dallo stimolo sonoro, proveniente esclusivamente dalle cuffie, eppure
in gruppo ruotiamo sugli sgabelli in cerca di una visione che già
ascoltiamo.
Ormai voltati a ispezionare la scena del duello Eastwood-Volonté in Per
un pugno di dollari, il gioco è chiaro: il Live Movie del titolo
rimanda a un collage di frammenti di film famosissimi reinterpretati
sul palcoscenico della città, nelle case e nei tetti più alti. La
finzione filmica e teatrale è ulteriormente sovrapposta alla finzione
meta teatrale, quando Rodrigo commenta lo spettacolo con la troupe come
se non ci fossimo. L’intrecciarsi di altri livelli può sembrare
superfluo, ma di sicuro è divertente. Dopo il triplice bacio di
Rossella O’Hara e Rhett Butler, Rodrigo e Cristina si lanciano nel loro
tango perfetto, mentre incalzano danzando altre tre coppie dalle
terrazze più lontane, quelle che fino a quel momento sembravano davvero
abitate da sconosciuti compiacenti. L’emozione di un ballo ad alta
quota ci solleva fino a quella leggerezza sudamericana che il nostro
teatro sembra aver perso.
Il giorno dopo tutti a planare su Google Earth, in una visione ancora
più verticale. Lo zoom si avvicina per riconoscere i perimetri, le
piazza note, spaccanapoli, i cortili alberati, la cupola che ha fatto
da sfondo ai titoli di coda, e magari qualcuno che balla sulle terrazze.
Working for paradise.
Berlin Napoli 2009. Heiner Müller. laboratori
progetto a cura di Peter Kammerer, Klaudia Ruschkowski, Wolfgang Storch
laboratorio a cura di Matthias Langhoff
testi da Lo Stakanovista di Heiner Müller
e di Vincenzo Latronico, Rosella Postorino, Chiara Valerio
un progetto a cura di Peter Kammerer, Klaudia Ruschkowski, Wolfgang
Storch
un laboratorio a cura di Matthias Langhoff
turno di notte Cinema
Filangieri 12 giugno (ore 19.00)
letture pubbliche Fondazione
Mondragone 19, 20 giugno (ore 16.00)
E45 Napoli Fringe Festival
zéro de conduite
le pareti della solitudine
di: tahar ben jelloun
adattamento: giusi marchetta, prospero bentivenga
regia: prospero bentivenga
durata 60 minuti
20 giugno h 18.00
teatro instabile napoli
Si chiamava Hans Garbe, l'operaio della DDR anni '50 che ha innalzato
gli standard di produttività della sua fabbrica lavorando come un
pazzo. I suoi colleghi lo additarono come un traditore. Si chiamava
Lulù Massa, l'operaio milanese degli anni ’70 protagonista nel film di
Elio Petri: feroce sostenitore del lavoro a cottimo, lavorò per
guadagnare il più possibile, fino a tagliarsi un dito in una macchina.
Si chiamava Buonocore, il tecnico dell’Ilva di Bagnoli che ha visto
l’ultima colata d’acciaio nell’ottobre 1990, prima de La dismissione.
Si chiamano Carla Luca Laura Eleonora Lorenzo Claudio, Lui e Lei: sono
stagisti, selezionatori di personale, editors, insegnanti, impiegati di
banca, ex studenti, ex dottorandi, ex masterizzandi, googlomani del
“cerco lavoro”. Trentenni precari. Sono i protagonisti di Working for
Paradise, tre storie sul lavoro, tre drammaturgie commissionate dal
Napoli Teatro Festival a tre giovani autori, Vincenzo Latronico,
Rosella Postorino, Chiara Valerio. I loro personaggi hanno soprattutto
una cosa in comune: per loro non esiste nessun NOI, non esiste più
alcuna coscienza di classe, né generazionale. Solo la ferocia della
competizione, vilmente giustificata col postulato “se non lo facessi
io, lo farebbe qualcun altro al mio posto”. Non ci sono più traditori,
perché non c’è una collettività di riferimento. Né un’identità. Tutti
sono intercambiabili.
Working for Paradise è un progetto più ampio, coprodotto dal Napoli
Teatro Festival Italia e dall’Internationale Heiner Müller Gesellschaft
di Berlino, volto a indagare il tema del lavoro (in passato e oggi),
attraverso un percorso di ricerca fra scrittura teatrale, mostre,
performance, approfondimenti e discussioni con sociologi, politologi,
antropologi. Il lavoro: perché? Negli incontri berlinesi di marzo, gli
artisti che hanno partecipato ai laboratori, attori autori e registi
italiani e tedeschi dai 21 ai 45 anni, sotto la guida affettuosa del
regista Matthias Langhoff, del sociologo Peter Kammerer e della
drammaturga Klaudia Ruschkowski, si sono concentrati su Lo Stakanovista
di Heiner Müller, testo ispirato alla storia di Hans Garbe, e sulla
ricerca di un suo terzo atto, un ideale sviluppo del dramma
del ’56. A Napoli il laboratorio si è concentrato sia sulla pratica
teatrale, con letture e mise en espace dei 3 testi italiani editi da
Bompiani, sia sulla memoria del lavoro, grazie agli incontri pubblici
con la storia italiana. Turno di notte. Manifestazione sul lavoro-non
lavoro a Napoli, organizzata nelle sale del cinema Filangieri il 12
giugno, ha visto alternarsi Anna Bonaiuto e Andrea Tidona alla lettura
di brani da Anna Maria Ortese, Anselmo Botte, Erri De Luca, Fabrizia
Ramondino, Ottiero Ottieri e soprattutto da La dismissione
dell’Italsider di Bagnoli scritto da Ermanno Rea. Gli autori che dagli
anni ’70 hanno raccontato la realtà del lavoro a Napoli, la raccontano
con gli occhi delle larve umane che abitano nei granili, o dei bambini
che escono da scuola e vanno in fabbrica con una scodella di pasta e
fagioli, o nel movimento dei disoccupati organizzati.
“La rivoluzione industriale è evidentemente fallita”, ricorda con
l’irriverenza dei suoi 25 anni Vincenzo Latronico. “La cosa che più di
tutte non mi aspettavo era che facesse ridere”, commenta la 31enne
Rosella Postorino alla fine della mise en espace del suo Tu (non) sei
il tuo lavoro, “io non so scrivere cose che fanno ridere”. All’inizio
non era entusiasta di scrivere l’ennesimo episodio di letteratura
precaria, così in voga oggi. Eppure il suo testo è netto, commovente,
fresco: la rilettura del regista Sandro Mabellini e l’interpretazione
intima dei due attori del laboratorio restituiscono con poesia e
sprazzi di comicità il dramma dei due ragazzi che hanno paura e voglia
di avere un figlio.
Negli stessi giorni debuttava al Teatro Instabile di Napoli Le pareti
della solitudine, per la sezione E45 Fringe: un lavoro molto semplice,
che trae la sua forza dal corpo stanco e dall’italiano incerto dei suoi
interpreti, tutti immigrati di varia provenienza, che per la prima
volta raccontano in teatro le loro storie di viaggi e di sfruttamento,
sofferte lontano dai propri affetti. Un teatro nuovo con i nuovi
italiani per convogliare le umane sorti dei contemporanei in un unico
girone. Mentre la classe operaia va in Paradiso.
Francesca Esposito
NAPOLI: COME IN CIELO
COSI’ IN TERRA
NAPOLI. PRIMO PASSO NELLA
CITTA’ DI SOTTO
Di MUTA IMAGO
PRODUZIONE: NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA
ROOF A LIVE MOVIE /NAPOLI
IDEAZIONE E REGIA: RODRIGO PARDO
PRODUZIONE: NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA, IN COLLABORAZIONE CON
ACCADEMIA DELLE BELLE ARTI DI NAPOLI
Da sotto, dal fondo, dal centro della terra. Nel buio primordiale del
silenzio con l’odore d’acqua pesante mischiata al tufo. Il viaggio al
Napoli Teatro Festival parte da lì. Nell’utero di Napoli: Primo passo
nelle città di sotto, il percorso di ricerca della compagnia romana
Muta Imago che realizza un progetto performativo proprio dove tutto
ebbe inizio, nell’inferno buio e primordiale dei sotterranei. Perché è
da lì che la regista Claudia Sorace guarda Napoli per spiare l’eco dei
passi, i silenzi assordanti e le parole bisbigliate simili a gocce
d’acqua. Una performance, che vuole impressionare, realizzata
attraverso un laboratorio sulla città fra sopra e sotto, tema della
seconda edizione del Festival, che si nutre di una composizione
originale fra sonorità campionate nel sottosuolo e strumenti musicali.
Le dodici performer sono ombre che ondeggiano avvolte da maschere a
forma di rete in una caverna che sa di mare e culla con ninna nanne
inquietanti. Lo spazio scenico ricorda un inconscio collettivo dove
indagare nel tempo napoletano per coglierne ritmo e respiro pesante.
E poi si esce a riveder le stelle. Si sale su su, sempre più su. Ecco
Napoli vista dall’alto, vista dai suoi tetti e dai suoi balconi. Con
Roof a live movie/ Napoli Rodrigo Pardo ci fa concludere il cammino in
una performance suggestiva, in cui non si capisce se è Napoli a spiare
lo spettatore o viceversa. Aiutati dal binocolo, ci si crede voyeur
frenetici e maniacali, passando da un tetto all’altro in balconi,
terrazzi e finestre. In una candida rosa a fissare le luci sullo
schermo di Napoli che il coreografo argentino proietta in giochi di
finzione e realtà, caratteristici della sua poetica e ricerca nelle
varie forme comunicative del teatro e della danza. La vita (napoletana)
è sogno dove abili tangueri sono accompagnati dal mandolino, un
ballerino è un sacchetto di plastica al vento e gli attori interpretano
scene di film cult con ironia. Come in un quiz si riconoscono Rocco e i
suoi fratelli, Per un pugno di dollari e Via col vento in una notte
dove tutti recitano compresa luna, stelle e Vesuvio mentre i titoli di
coda scorrono su di una cupola.
Fra l’inferno sotterraneo di giù e il cinema paradiso di su, al centro
c’è Napoli con il suo purgatorio, la sua gente e il suo teatro.
TIPICA RICETTA NAPOLETANA
STUDIO SU FATTO DI
CRONACA DI RAFFAELE VIVIANI A SCAMPIA
A CURA DI: ARTURO CIRILLO
PRODUZIONE: PUNTA CORSARA – FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL IN
COLLABORAZIONE CON MERCADANTE TEATRO STABILE DI NAPOLI
Dicesi teatro, anzi per l’esattezza, tipico teatro napoletano. La
ricetta è semplice: metteteci un testo del commediografo e attore
Raffaele Viviani, Fatto di cronaca, poi prendete Arturo Cirillo che ne
faccia uno studio con piccoli tagli e cambiamenti, aggiungeteci infine
il progetto Punta Corsara, che ha messo intorno ad un palcoscenico
venti allievi accompagnati dai due attori professionisti Salvatore
Caruso e Rosario Giglio, dopo un percorso formativo triennale. Agitate
il tutto a Scampia, quartiere della periferia napoletana che si presta
perfettamente a mettere in scena l'umanità disperata e disordinata del
teatro di Viviani, nutrito di popolo, miseria, senza nobiltà,
complementare a Eduardo De Filippo invece più attento alla borghesia e
alle sue crisi. E’ una risata genuina che morde il pubblico, fatto
anche di mamme, sorelle e amici vari, che sa accogliere Scemulillo;
figura centrale interpretata da un talentuoso Vincenzo Nemolato; Clara,
Maddalena Stornaiuolo e Concettina, Giuseppina Cervizzi. Nella comune
esperienza di una messinscena di un testo ci sono poi tutti gli altri
fra ruoli e personaggi diversi: o’ guardaporta, a’zoccola,
o’canteniere, a’cummarella. Le musiche sono quelle composte da
Francesco De Melis, cantate a gran voce e accompagnate da un tamburello
improvvisato fra i costumi, compresi quelli tamarri alla Tony Manero,
di Gianluca Falaschi e Pina Sorrentino. Un teatro che sa anche far
piangere per il capro espiatorio di una società omertosa, per una madre
dolente e un’ingiusta colpa, temi sempre cari e attuali nell’Italia
dolente di oggi. E si sente tutta quell’eredità napoletana, con i suoi
gesti e i suoi maestri, che proprio perché insegnata dai grandi è
inconsciamente appresa e rielaborata. La ricostruzione è fatta di pochi
ambienti stilizzati: un terrazzo che si trasforma da spazio di festa a
luogo di tragedia, un vicolo pettegolo e una stanza mezza vuota. E’
pronto un teatro che può anche non piacere, ma che arriva dove deve
arrivare e salva dove deve salvare.
PULCINELLA MADE IN USA
MADE IN NAPLES
COREOGRAFIA:KAROLE ARMITAGE
PRODUZIONE NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA, IN COPRODUZIONE CON ARMITAGE
FOUNDATION NEW YORK.
Perché Pulcinella vuol dire Napoli. Di bianco vestito, con la nera
maschera dal nasone, le mani gesticolanti e le smorfie un po’ buffe. Ma
non è tutto qui. Karole Armitage e la sua compagnia Armitage Gone!
Dance, ensemble d’avanguardia della danza statunitense nato nel 2005,
spiano dentro Napoli tirandone fuori un allestimento, che studia e non
sempre capisce la figura della maschera partenopea, dalle origini più
antiche alle interpretazioni di oggi . Parte tutto da una
schiera di Pulcinella, d’ogni altezza, colore ed età, posseduta da quel
ballo di San Vito che non passa e si muove fra drappi appesi, colori
sgargianti e i dodici quadri di David Salle. Il progetto cerca di
afferrare la personalità di Pulcinella, mezzo bestia e mezzo uomo,
finto sciocco e finto astuto, parlando un linguaggio contemporaneo che
mischi danza, musica e arte. Come marionette, i Pulcinella vengono
guidati da tammurriate e serenate composte appositamente, un Vivaldi
allegro/adagio/andante e il duro punk dei Sex Pistols. La Compagnia
statunitense, aiutata dai costumi di Alba Clemente e le maschere di
Julianne Kroboth, presenta un Pulcinella non proprio autentico, come
significante fluttuante fra centauri, asini e galli, in una
scenografia, quella di Karen Kilimnik, attenta alla storia, al popolo e
all’occulto. Nell’indagine della coreografa e regista Karole Armitage
“l’umanità e il mistero di Pulcinella sono universali ed hanno saputo
attraversare frontiere geografiche, così come temporali. Per Jung egli
rappresenta l’inconscio collettivo, tramite il quale riusciamo a
guardarci dentro al di là della maschera che indossiamo nella vita
pubblica, per confrontarci con il nostro io più profondo”. Lo
spettatore cerca in questi contrasti fra bianco e nero, vita e morte,
di inseguire l’ identità un po’ politicante, acrobata e tanto buffa. E
per un attimo pensa di averlo acchiappato: Pulcinella muore compianto
dagli altri con sussurrati “pace all’anima sua”. Ma ecco che si rialza
e resuscita. Torna a rotolare, fra gambe e braccia, spade e falli
priapei, ombrelli e pillole di Mary Poppins. Cade e si rialza, sa
morire e rinascere, perché Napoli è Pulcinella.
Andrea Esposito
ROOF a life movie
Rodrigo Pardo è un aggressore a megafono armato. Ragazzo argentino
classe ’76, non è nuovo a simili imprese anche se il grande pubblico
ignora il claustrofobico e irriverente Toilet Tango (che consigliamo di
linkare tra i “favorites” di youtube). Il
regista-ballerino-manipolatore si è ispirato, stavolta, all’onirico
Mulholland Drive di David Lynch: una storia sospesa tra realtà e
finzione ambientata in una città dei sogni. Grazie a Pardo il teatro
può contare, da ora, su un nuovo modello di straniamento che comunica
allo spettatore un’alternanza tra identificazione sognata e distacco
forzato. Su questa scacchiera il regista costruisce un’operina tessuta
di sofisticata cultura e ghignante premeditazione: pubblico in terrazza
dotato di cuffia e binocolo mentre gli attori – dislocati per tetti e
balconi adiacenti – duettano sulla traccia di noti film mescolando
romanticismo e paradosso, cinismo e humor. Il piglio futurista del
giovane tangero si spinge fino all’oltraggio nel fare letteralmente “a
pezzi” il nostro cinema in un’improbabile accostamento tra Scola e
Fleming, Leone e Castellani: vietato meravigliarsi di fronte a commenti
indignati e facce storte. Il ballo finale “così lontano, così vicino”
ammorbidisce i toni di una denuncia che resta pur sempre perentoria:
sveglia Italia!
Monaciello di Andy Arnold
Paura eh? O almeno ci abbiamo provato. Andy Arnold – ideatore e regista
di Monaciello – confessa con un pizzico di rammarico: “Avrei voluto
spaventare di più il pubblico, ma forse avremmo rischiato qualcosa”. In
effetti, se alla discesa (impervia ed ipnotica) negli abissi di Napoli
sotterranea, aggiungiamo l’odore acre dell’incenso e l’umido graffiante
dei cunicoli tufacei, ecco che l’utente festivaliero (critico o
spettatore che sia) è presto ridotto allo stremo. Insomma, “non è uno
spettacolo per vecchi”, parafrasando il titolo di un noto film. Il
regista scozzese mette in scena una performance dark e introversa;
pesantemente manieristica nel leitmotiv, eppure “sfilata” dallo
stereotipo grazie allo stile ellittico ed alle angoscianti disarmonie
della colonna sonora. L’atmosfera sotterranea promana un fascino
gotico, quasi un ton-sur-ton stilistico-scenografico insistito ed
insinuante, plateale e perverso: il rumore continuo delle bombe, gli
antri cupi e inquietanti, i personaggi da incubo surrealista. Ed
inoltre c’è il ritmo, un viavai felpato di gag tragiche accompagnato
dalla presenza – talvolta accessoria – del Monaciello che, a nostro
avviso, ha più le sembianze di un fratacchione alticcio che quelle di
un fantasma dispettoso. Strepitosa l’interpretazione dell’attrice
scozzese Muireann Kelly (Maria) che in un impeccabile napoletano
racconta la sua disumana avventura: da questo patetico e costernante
corpo violato si sprigionano, a poco a poco, scintille e bagliori che
infiammano il cuore degli spettatori. Il finale, strappa
definitivamente il pubblico dalle umide pareti a cui si teneva
accostato per liberarsi in una danza euforica e
disperata.
Waiting for Orestes:
Elettra di Tadashi Suzuki
Chi scrive figura nelle liste dei nippofili di ferro. Benemerenza o
prova a carico? Importa poco stabilirlo al cospetto di Waiting for
Orestes: Elettra, una delle opere più corpose e geniali viste al
Festival; almeno finora (non ci resta che “Wait for Marthaler” per una
graduatoria definitiva). Una sinfonia di tragedia greca, disciplina
kyogen ed innovazione; un poema di rabbie nichiliste, vendette sadiche;
una lezione di (a)visionarietà riconducibile a quella poetica
dell’“azione mentale” che contraddistingue i più grandi sabotatori e
irregolari del Sol Levante. Tadashi Suzuki – autentico guru dell’arte
scenica – confeziona uno spettacolo per palati raffinati, elegantissimo
nella forma e splendidamente recitato. Banditi gli esorcismi dei soliti
giudizi usa-e-getta; l’opera si qualifica – per noi – come un puzzle di
molti, piccoli capolavori assemblati in una struttura fascinosa e
misterica, contraddittoria e beffarda. Un progetto esclusivo, dunque,
con la continua contaminazione di Tradizione e Riforma: Suzuki ha avuto
l’ardire di innestare il “dubbio” nell’impostazione, tipicamente
occidentale, per la recitazione diaframmatica rovesciando il baricentro
verso il basso. Innegabile un effetto di vertigine accompagnato ad
intermittenze “proustiane” che si impongono con una potenza a sé stante
rispetto al congegno narrativo. A conti fatti, un vortice di emozioni
ma in assenza di gravità.
Maria Vittoria Solomita
«Torno ora da palestra.
Folgorata da una coppia delirante, madre e figlia. Un dialogo surreale
sullo spettacolo di un 35enne scozzese, ambientato al Polo Nord,
partorito a Napoli durante lo scorso NTFI e interpretato da italiani e
inglesi.
F: Assenza audio inquietante
M: Forse nella parte introduttiva, per la rievocazione del vento nordico
F: NO AUDIO. Sembravamo chiusi in una scatola a fissare un film muto
M:A godere di un rassicurante isolamento, piuttosto
F: Shyamalan, The Village
M:Indietro all’Ottocento: Maeterlink, L’intérieur
F:Ovvero dall’esterno luttuose nuove
M:Andrew ha invitato a cena gli amici proprio per esorcizzarle
F:Tre donne e quattro uomini, quasi tutti accoppiati, vivacizzati da un
improbabile triangolo
M:Lo sconosciuto Damir che insidia l’instabile coppia Aurora-Barney
F: Che arriva dopo la vicina Myra
M: Ma prima di Davide, il fidanzatino di Sarah
F:Tutti nell’acquario. Come pesci
M:E fuori la voce narrante ci svela i flussi di coscienza dei personaggi
F:Un cortocircuito di due piani narrativi
M:L’inglese della mistica Elicia Daly e la gestualità dei sette
personaggi
F:Ognuno con il suo nome di battesimo, tra l’altro
M:E di ciascuno è già scritta la fine
F:Stando alla voce narrante
M:Geniale il sincretismo di videoproiezione, animazione e musica
F:La party compilation vantava Go west dei Village People e The hustle
di Van McCoy
M: Acme del trasposto emotivo con la coreografia di Video killed the
radio star
F: Sui Buggles Aurora e Barney schizzavano
M: Per tutta la sala da pranzo. Non palpavi una serenità blindata? Una
quiete autoindotta
F: Tensione visibile
M: Presente Hopper?
F: Dennis?
M: Edward, il pittore americano dei corpi immersi in dimensioni reali
eppure metafisiche
F: Interiors: estraniati come in un Hopper 3D
CLICK
«Ele’, il blogger di scatto ha chiuso il pc. Comunque lo
spettacolo intriga: multimedia, po’ voyeur, Ikea family, ipertesto a
go-go. Aspetta: cambio stanza ché ho il dirimpettaio praticamente in
braccio.
Senti, ti richiamo dopo il GF?»
CLICK
Breve vademecum per
Lo
sposalizio. Non è un prontuario per accalappiare un uomo e
trascinarlo all’altare, ma la risata - alla Galleria Toledo di Napoli -
scoppia.
TRAMA. Dramma in due atti scritto nel 1919. Peppeniello e ‘Mmaculatina
vedono il loro amore stroncato dalla zia della ragazza, donna
‘Ntunetta, che le combina un matrimonio con l’orafo Vincenzino. Già
malato di tisi, Peppeniello muore il giorno delle nozze.
TRE PECULIARITÀ. Ferocia nel rappresentare le miserie quotidiane e
l’accidia che piega i due innamorati. Opacità nello sbozzare personaggi
poco incisivi, anche i principali, chiusi in un estraniante isolamento.
Innovazione nel rileggere un classico del teatro napoletano, a partire
da un workshop tenuto dalla Angiulli durante lo scorso NTFI.
PERSONAGGI. Vicini alla tragedia greca, in stile vivianesco. Popolani
dipinti nella loro disperazione, in guerra per soddisfare i bisogni
primari e amministrare la giustizia. «Siamo gente del vicinato. Non ci
possiamo stare zitti» chiarisce donna Rosa (l’esplosiva Alessandra
D’Elia) a donna ‘Ntunetta (incarnazione della napoletanità, la verace
Anna Fiorelli). Sempre negativi, in questa pièce l’unico a distinguersi
è Vincenzino (Antonio Pennarella) che noncurante della reputazione
compromessa manda la neomoglie (Laura Borrelli) dal primo amore per
l’estremo saluto.
APPUNTI di REGIA. Angiulli ha depennato dalla versione
originale la parte di Peppeniello e il prologo che forniva un corale
spaccato del Rione Sanità, concentrandosi sulla dimensione più tragica
e individuale della vicenda. Proprio sul troncone drammatico si innesta
il dissacrante registro comico che scatena un’ilare dissonanza.
Paradigmatica è la scena in cui gli invitati spingono il talamo nuziale
sulle note di una marcetta funebre. La festa in fondo è un funerale, in
una scenografia buia, essenziale, un’unica agorà aspaziale.
LO SAPEVATE CHE..? Viviani fece il suo esordio da attore a quattro anni
in un teatrino di marionette, il “Masaniello” a Porta Capuana.
Anna Fiorelli ha già ricoperto il ruolo della zia tutrice, donna
‘Ntunetta, in una messinscena del 1985, al fianco di Nino Taranto e
Luisa Conte. Enfant prodige, Fiorelli ha mosso i primi passi su un
palco a tre anni, in 'E Ppentite di Gaspare Di Maio.
Viviani è lo stereotipo dell’uomo immolato alla passione: di notte
scriveva; al mattino dirigeva le prove della compagnia; di pomeriggio
recitava fino a tardi; a notte fonda faceva i conti con
l'amministratore.
Al Napoli Teatro Festival
è di scena Goldoni con la Trilogia
della Villeggiatura. Long version e regia innovativa per
Antonio Latella, adattamento irriverente per Letizia Russo.
Goldoni ha sempre prediletto i sequel. Basti pensare al vorticoso
dittico de La putta onorata e La buona moglie, al più morigerato Pamela
fanciulla e Pamela maritata o alle tre “puntate” della persiana Ircana.
Per la Trilogia della villeggiatura il commediografo veneziano avrebbe
voluto una rappresentazione unificata. Antonio Latella e Letizia Russo
sono riusciti nell’impresa.
Quasi cinque ore – il regista stabiese predilige format titanici - per
tratteggiare il quadro di una borghesia frivola e ambiziosa. I folli
preparativi, la smodata condotta e le dolorose conseguenze della
villeggiatura, temi tra l’altro già toccati nel Prodigo e nei
Malcontenti - repetita iuvant.
Le tre stazioni sono anche «spettacoli diversi cui corrispondono tre
lingue diverse» spiega Latella. Allora, se Le Avventure restano più
fedeli all’originale, col dialetto e i costumi d’epoca, l’adattamento
che Letizia Russo fa delle Smanie è dissacratorio: la “villeggiatura”
lascia il posto ad un’evocativa “buffonata”, sottolineando l’attuale
imperante logica dell’apparire. I quattordici attori, sempre in scena,
sfilano come modelli. Le prime donne, Vittoria e Giacinta, duellano a
colpi di tacco in un western glamour. Patinate e aggressive, sono
l’emblema di quella fragile adolescenza assetata di conferme (frequenti
i «Dimmi che sono bravo», «Dimmi che sono bella»).
Un trittico «dove la parola si fa pittura» precisa Latella. L’ultima
tela ci ricorda un ready-made, con gli attori dentro e fuori
trabocchetti: palle viventi di un flipper gigantesco. La prorompente
fisicità –esplosa nel Ritorno- si interseca ad un’acuta commistione di
lingue, ognuna con la sua connotazione: il tedesco dei ricchi,
l’italiano degli indigenti, il latino dello zio Bernardino, troppo
avaro per capire gli altrui bisogni (e idiomi), le citazioni di Dante e
Totò.
Viene da chiedersi se per temi, forma mentis ed etica, Goldoni avrebbe
preferito nascere nel secondo dopoguerra. Chissà, la tentazione della
lunga serialità americana?
